Le parole creano la realtà: piccola guida alla rivoluzione quotidiana del linguaggio accogliente
di Francesca Pasquariello
Quando parliamo di linguaggio inclusivo – o forse sarebbe meglio dire linguaggio accogliente – spesso ci troviamo di fronte a un muro di resistenze. “È solo politicamente corretto”, dicono alcunə. “Si esagera con queste attenzioni”, sostengono altrə. Ma cosa succederebbe se, invece di trincerarci dietro le polemiche, ci fermassimo a interrogarci sul senso profondo delle parole che usiamo? Se proviamo a guardare oltre le resistenze sterili, potremmo scoprire che il linguaggio accogliente non è una mera questione ideologica, ma uno strumento potente per costruire una società più equa e più accurata nella rappresentazione della realtà.
Come ci ricorda Vera Gheno, sociolinguista e divulgatrice, la lingua è un organismo vivo, in costante evoluzione, non è una statua di marmo da proteggere sotto una teca di vetro, ma un fiume che scorre, si adatta, cambia corso quando incontra ostacoli. Chi dice “si è sempre detto così” dimentica che il nostro italiano di oggi sarebbe incomprensibile per Dante, e che lo stesso Dante ha osato scrivere in volgare quando la norma era il latino. La resistenza al cambiamento (linguistico) non è nuova: ogni innovazione viene inizialmente percepita come una minaccia, eppure, la lingua italiana ha sempre accolto neologismi, prestiti, trasformazioni, ha integrato parole inglesi, ha adattato termini tecnologici, ha modificato costrutti sintattici. Perché allora quando si tratta di sforzarsi ad usare un linguaggio più rappresentativo della società contemporanea, la questione diventa così ardua?
Il punto è che la lingua non riflette solo la realtà: la costruisce. Le parole che usiamo plasmano il nostro modo di pensare, di categorizzare il mondo, di relazionarci con gli altri. Il simbolico, infatti, non è uno strato superficiale della nostra esperienza: struttura il comportamento perché definisce il senso che diamo al nostro rapporto con il mondo – umano, animale, sociale, relazionale. È proprio questa capacità simbolica che ci distingue fra gli esseri viventi. Quando parliamo sempre al maschile generico, quando utilizziamo termini che escludono o stereotipizzano, quando ignoriamo la varietà dell’esperienza umana, non stiamo semplicemente descrivendo il mondo: stiamo decidendo chi ha diritto di esistere nel nostro racconto.
Il linguaggio può essere uno strumento di oppressione o di liberazione.
La scelta tra dire per esempio “persona autistica” o “persona con autismo”, la differenza tra “soffrire di autismo” o “essere autistico”, non è una sottigliezza per pedanti. È la differenza tra riconoscere l’autismo come parte integrante dell’identità di una persona o come una malattia da cui separarla (Fabrizio Acanfora). Il linguaggio abilista – quello che considera la disabilità come una tragedia da compatire, un problema da risolvere, una condizione da nascondere – permea la nostra comunicazione quotidiana. Ogni volta che usiamo una condizione neurologica o una disabilità come termine dispregiativo, rinforziamo lo stigma, ogni volta che descriviamo le persone autistiche come “intrappolate” nel loro mondo, neghiamo la loro agency e la legittimità della loro esperienza neurodivergente.
Una delle questioni più discusse sul linguaggio accogliente riguarda il femminile: il maschile sovra esteso è davvero neutro? Universale? Quando leggiamo “i candidati” o “gli studenti”, cosa visualizza la nostra mente? Studi dimostrano che quando si chiede ai bambini di disegnare “un medico” o “un ingegnere”, la maggioranza disegna figure maschili. È solo un’innocua convenzione grammaticale o c’è qualcosa di più profondo? Il problema non è solo di rappresentazione simbolica: è di conseguenze concrete. Se le bambine crescono in un mondo linguistico dove il default è maschile, dove le professioni prestigiose sono sempre declinate al maschile, dove la storia parla sempre di “grandi uomini” anche quando include donne, quale messaggio implicito ricevono? Quello spazio è pensato per loro o no?
Le soluzioni sono molteplici: sdoppiamenti quando possibile, uso dell’asterisco o dello schwa in contesti informali, riformulazioni che evitano il problema. Prendiamo proprio lo schwa: strumento interessante per rendere la lingua più “larga”, ma che presenta anche criticità reali. Molti screen reader – fondamentali per le persone con disabilità visive – non riescono ancora a leggerlo correttamente, da qui emerge una tensione significativa: come bilanciare l’esigenza di rappresentazione con quella di accessibilità? Come scegliere tra diversi bisogni di inclusione quando sembrano confliggere?
Questa complessità però non invalida il tentativo, ma ce ne mostra la natura: non si tratta di imporre dall’alto una norma rigida, ma di offrire strumenti e di riconoscere che ogni scelta porta con sé mediazioni necessarie. La lingua italiana è ricchissima di possibilità. La domanda diventa: siamo dispostə a esplorarle?
Il linguaggio accogliente non si ferma al femminile e alle disabilità, ma riguarda anche l’orientamento sessuale e l’identità di genere, l’etnia, la classe sociale, l’età. Ogni volta che diamo per scontato che la norma sia bianca, eterosessuale, cisgender, giovane, magra, normodotata, benestante stiamo escludendo la maggior parte della popolazione mondiale.
Pensiamo all’espressione “matrimonio normale” per distinguerlo da quello tra persone dello stesso sesso. Normale rispetto a cosa? Chi stabilisce la norma? E cosa comunichiamo quando definiamo alcune esperienze come “normali” e altre implicitamente come “anormali”? Non si tratta di essere ipersensibili o di censurare il linguaggio, ma di riconoscere che le parole hanno peso, storia, implicazioni. Il linguaggio accogliente è inoltre una questione di precisione – e qui tocchiamo un aspetto spesso trascurato. “Rom” non è sinonimo di “nomade”: parliamo di popoli, di culture con identità e dignità proprie, la maggior parte dei Rom è sedentaria. Usare “nomade” come etichetta generica non è solo impreciso: è un modo per negare identità e dignità, per ridurre una cultura millenaria a uno stereotipo semplificato. Allo stesso modo, “transessuale” non è la stessa cosa di “transgender”, così come “non vedente” e “ipovedente” descrivono condizioni diverse. Usare i termini corretti non è political correctness: è accuratezza.
Un muro di obiezioni… e perché vale la pena ascoltarle (per poi rispondere)
“Si esagera, ci sono problemi più importanti.” È vero: ci sono sempre problemi più urgenti. Ma questo ragionamento ha senso? Possiamo combattere la povertà e usare un linguaggio rispettoso. Non sono in competizione. Anzi: le forme di discriminazione si intrecciano e si rafforzano a vicenda.
“Si offendono per tutto, non si può più dire niente.” Davvero è così? In realtà, puoi dire quasi tutto. L’importante è farlo con rispetto e consapevolezza. E se qualcunə ti fa notare che un termine è offensivo, cosa costa imparare e cambiare? Non è un attacco personale, è un’opportunità di crescita.
“È ideologia, vogliono imporci un pensiero unico.” Qui tocchiamo un punto delicato ma fondamentale: il linguaggio è sempre stato politico. La scelta di usare certi termini invece di altri è sempre una scelta ideologica, anche quando si spaccia per “neutra”. L’unica differenza è che ora questa scelta è esplicita e discussa, invece di essere invisibile e data per scontata. Non è forse più onesto dichiarare le proprie prospettive che fingere una neutralità impossibile?
Il punto cruciale resta uno: usare un linguaggio accogliente non significa creare liste infinite di parole proibite o nuovi dogmi da seguire ciecamente, significa sviluppare una consapevolezza, un’attenzione, una curiosità verso l’impatto delle nostre parole.
Gheno parla spesso di “elasticità linguistica”: la capacità di adattare il nostro registro alla situazione, al contesto, all’interlocutorə. Con un amicə strettə possiamo permetterci espressioni che non useremmo in un contesto professionale. In una conversazione informale possiamo semplificare, mentre in un testo ufficiale useremo più attenzione. Non è ipocrisia: è competenza comunicativa.
Il futuro è plurale (o forse: il presente lo è già)
Guardando al futuro, è evidente che la direzione va verso una maggiore accoglienza delle differenze – non solo della “diversità” come concetto astratto, ma delle molteplici differenze concrete che costituiscono il tessuto sociale. Non perché qualcuno la imponga dall’alto, ma perché le nuove generazioni stanno già crescendo in una società più diversificata, più consapevole, più connessa. Per loro, usare un linguaggio che riconosca queste differenze non è un peso: è naturale.
Le aziende più innovative lo hanno capito: usano un linguaggio accogliente non per moda, ma perché vogliono attrarre talenti diversificati, comunicare con pubblici eterogenei, costruire culture aziendali rispettose; le istituzioni pubbliche adottano linee guida per la comunicazione inclusiva, le scuole formano insegnanti e studentə alla consapevolezza linguistica.
Certo, il cambiamento è lento e incontra resistenze, ma la storia ci insegna che i cambiamenti linguistici, quando riflettono trasformazioni sociali profonde, sono inarrestabili. La lingua segue la società: se la società diventa più accogliente, anche la lingua lo diventerà. O forse è il contrario, forse sono processi che si alimentano reciprocamente.
Il linguaggio accogliente non è un obiettivo da raggiungere, ma un percorso da intraprendere. Un percorso fatto di ascolto, apprendimento, errori, correzioni. Un percorso che richiede umiltà: riconoscere che la nostra prospettiva non è universale, che la nostra esperienza non esaurisce la complessità del reale, che ci saranno sempre tensioni da mediare, scelte difficili da fare, compromessi da trovare tra esigenze diverse ma tutte legittime.
Le parole non sono solo strumenti descrittivi: sono atti performativi, creano realtà, stabiliscono gerarchie, includono ed escludono. Scegliere le parole con cura non è pedanteria ma responsabilità, è riconoscere che il nostro linguaggio ha impatto sugli altrə.
In fondo, il linguaggio accogliente è semplicemente linguaggio rispettoso, è l’estensione, al piano comunicativo, di un principio etico fondamentale: riconoscere la dignità e la legittimità di ogni essere umano. Non è chiedere troppo. È chiedere il minimo.
E forse, proprio per questo, è così rivoluzionario!
